Grosso Guaio a Chinatown | Recensione

Non tutti i nostri film della nostra gioventù sono quei capolavori che ci ricordiamo che siano, e molto probabilmente alcuni di essi oggi non arriverebbero nemmeno per il mercato dell’home video. Ciò succede poiché spesso la nostalgia distorce i nostri ricordi del passato allo scopo di criticare il presente che non ci aggrada, l’ho scoperto con l’università della strada. Ma non tutti i cosiddetti cult del passato sono da cestinare, anzi buona parte rimangono a tutti gli effetti dei gran filmoni che meritano di rimanere nel loro status di idolotratia cinefila. 

A metà degli anni ’80 al Maestro John Carpenter, già conosciuto alle cronache per Fuga da New York e La Cosa, gli balenò l’idea di un nuovo diabolico progetto dal tema fantasy-western. Idea purtroppo abortita prima del tempo per una sfacciata diffidenza nei suoi confronti. Ma Carpenter, già abituato a vedersi chiudere le porte in faccia dai maggiori produttori Hollywood, non si scoraggiò e intraprese la strada del piano B. 

Purtroppo è impossibile dimostrare se quella storia così folle del fantasy-western sia stata una clamorosa occasione mancata per parlare dell’ennesimo titolo scolpito nella pietra, ma resta il fatto che oggi abbiamo un altro cult nato dalle ceneri di quel primo script. 

Grosso Guaio a Chinatown è un contenitore di vari generi: action, commedia, fantasy orientaleggiante.

Sebbene sia in partenza un film di poche pretese, dispone di numerose chicche sparse un po’ dappertutto, adornato da tanti di quei dettagli che alla fine della giostra sono il plus ultra che mostrano la differenza tra un semplice film e un cult. Partendo dal fatto che sia una delle prime pellicole caratterizzata dalla presenza di uno dei primi anti-eroi cafonal del cinema. Un cialtrone alcolizzato senza apparentemente nessun talento innato, ciononostante più memorabile di un John Wayne qualsiasi dai sani valori di un bianco protestante. 

Jack Burton è accompagnato dal suo amico Wang Chi, vero deus ex-macchina della narrazione, tra capriole pirotecniche e calci in culo volanti. Al nostro Jack Burton, in stato confusionale per tutto il tempo come un primate intento a montare un mobile Ikea, non resta altro che assistere al corso degli eventi, eccetto nel momento decisivo. Applausi. 

grosso guaio a chinatown recensione

Mediante un miscuglio di generi provenienti dai più disparati ambiti cinematografici, e quella sua aurea pop-punk-orientaleggiante, Grosso Guaio a Chinatown rimane a tutt’oggi un caso più unico che raro. D’altronde è una pellicola che non possiede grossi difetti, e inoltre il passare degli anni  lo ha graziato di un effetto vintage che per certi aspetti ne ha migliorato la resa scena complessiva.

È una pellicola dal ritmo incalzante, dall’inizio alla fine, con pochi momenti morti, proprio come avviene con un qualsiasi blockbuster di oggi. Battute splendide, cafonaggine brillante, soundtrack realizzata dallo stesso Carpenter. Il dosaggio tra i vari generi è magistralmente bilanciato in modo da evitare il rischio baracconata dietro l’angolo. 

Non ci sono dubbi che stiamo parlando di un titolo che non solo dispone di un carisma gargantuesco, ma col senno di poi possiamo definirlo come uno dei migliori action degli anni ’80, che negli anni ha legittimamente fatto il suo ingresso nell’immaginario collettivo.

La nostalgia non c’entra nulla, Grosso Guaio a Chinatown merita di stare nell’olimpo dei cult perché unico nel suo stile e nel suo genere, un’opera avanti con i tempi. Jack Burton può stare tranquillo, nessuno riuscirà a prendere il suo posto.