Cobra | Recensione

C’era un tempo in cui gli sceneggiatori di Hollywood erano considerati a tutti gli effetti alla stregua di un parcheggiatore abusivo, utili solo a scrivere qualcosa di commestibile da dare in pasto al pubblico mainstream. Nel migliore dei casi si sfruttava la licenza di un libro, spesso stravolto e adattato ai canoni del genere. 

Nell’ambito dei blockbuster funziona ancora così, ma un tempo non esisteva nemmeno il senso di colpa nel promuovere l’analfabetismo di massa. Era un mondo più genuino, senza internet, senza i giudizi “severi ma giusti” dei social network. Tempi in cui si sfornavano pellicole che oggi a malapena arriverebbero in Home Video. Vedete com’è cambiato il mondo? Fa strano pensare che proprio da quel brodo primordiale di ignoranza provengano film come Cobra, destinati a divenire dei cult assoluti senza apparenti meriti artistici. 

Cobra rappresenta il tipico action medio degli anni ’80, con l’unica differenza a dispetto dei suoi contemporanei di essere stato scolpito e prodotto su misura dei bicipidi di Sylvester Stallone, attore simbolo di un’epoca, e in quegli anni sulla cresta dell’onda dopo l’ennesimo successo di un altro Rocky e di Rambo 2. Per certi aspetti possiamo ritenerlo una risposta al braccio violento della legge dell’ispettore Callaghan, ma in salsa buzzurra-drammatica alla Stallone.

Una pellicola con un’estetica kitch, accompagnata dal machismo stalloniano all’ennesima potenza. Il machismo è onnipresente nei muscoli di Sly, nella sua buzzur-car, nelle battute grezzissime, ma efficaci, che tutti ricordiamo: “Tu sei il male e io la cura”, “Qui la legge si ferma e comincio io”, insomma frasi così, che ti fanno amare Stallone per tutta la vita.

La sceneggiatura proviene da un libro di cui non si possiede memoria, e del quale in realtà poco ci importa sapere, dato che è solo un pretesto per realizzare un film alla Stallone.

Da un lato ci sono i buoni e dall’altro una setta satanica di cattivi-cattivi con l’intenzione di conquistare il mondo (si accontentavano di poco). La setta è guidata dal loro leader con una faccia da cattivo-cattivo, destinato a far una morte violenta, come il cinema action vecchia scuola ci insegna. Poi c’è un’infiltrata tra gli agenti di polizia, con l’espressione e l’atteggiamento della spia, però nessuno lo nota e non si può far concludere il film dopo 20 minuti. E infine nel cast è presente anche Brigitte Nielsen, all’epoca moglie di Sly, nella parte di un ruolo senza infamia e senza lode.

Cobra tira dritto per la sua strada fino alla fine, su binari piuttosto lineari, senza grandi introspezioni o sfumature pseudo-intellettuali a dargli un tono del quale a nessuno fregava nulla. Ed è meglio così, giacché le pretese artistiche sono al minimo.

Ciononostante, nella sua ignoranza e nel suo essere così orgogliosamente superficiale, Cobra continua a rimanere uno dei cult più amati da quella generazione cresciuta a cavallo tra gli anni ’80 e i ’90. Con uno Stallone simbolo di un periodo di benessere e spensieratezza giovanile perduta come lacrime nella pioggia, a ricordarci che tutti quanti noi ambivamo a quello status lì, perché noi volevamo la Ferrari e una carriera di successo, e perché no, anche una villa a Santa Monica con piscina vista mare. 

Poi cosa diavolo è successo?