Braveheart | Recensione

Leggo Braveheart e penso alle Highlands, allo scotch whisky e a Mel Gibson aka William Wallace che spacca i culi. Braveheart non figura solo come il secondo lungometraggio diretto dall’attore australiano più discutibile di tutta Hollywood, ma è anche un manuale di spettacolarizzazione della storia come poche altre volte abbiamo visto al cinema, sebbene ci riesca a spese di una lista di inesattezze storiche una più grossolana dell’altra. Ma d’altronde poco importa, non è il suo scopo competere con l’Alberto Angela nazionale. Quel che conta in questo caso è che Braveheart riesca nel duro lavoro di immergerci in un altro tempo, in quella Scozia lì, medievale e alcolizzata quanto basta per entrare in guerra contro uno dei regni più potenti d’Europa: l’Inghilterra di Edoardo I Plantageneto. Non sappiamo quando astio ebbe Re Edoardo nei confronti di William Wallace, però sappiamo quanto sia perfetto Patrick McGoohan nei panni del perfetto villain hollywoodiano, cinico e malvagio senza cognizione di causa. Funzionale alla causa di inasprire la tensione tra le due fazioni e simpatizzare per gli scozzesi come degli eroi contemporanei.

Braveheart è una cornucopia di emozioni, scorazza dal dramma sentimentale al conflitto all’arma bianca, e oltretutto ha il merito di aver insegnato a tutti come si realizza una battaglia sul grande schermo; grazie all’uso di migliaia di comparse, fango e tanta sana dose di gore. Senza dimenticare quel numero imprecisato di cavalli schiattati durante l’arco del film (disclaimer: nessun cavallo è morto davvero). La ragione per cui le battaglie in campo aperto sono indubbiamente il momento clou di Braveheart è perché sono pensate in grande da un mitomane con il sogno di diventare un grande regista, oltre che ad essere uno degli attori più iconici del suo tempo, malgrado tutto, malgrado Mel Gibson.

Nonostante Braveheart abbia una natura mainstream, da blockbuster d’antan, tuttavia possiede anche un’anima autoriale, dato che miscela la grande storia in salsa gore al dramma sentimentale, sino al sacrificio dell’eroe, e lo fa con una naturalezza invidiabile, sebbene non sempre all’altezza delle premesse della prima parte. Ma soprattutto non bisogna dimenticare come Braveheart sia andato ben oltre la celluloide, dal momento che ha dato voce a quegli scozzesi in cerca di una rivendicazione territoriale e di una speranza verso un’indipendenza fin troppo attesa e ancora in divenire. Tanto che dopo qualche anno dall’uscita del film la Scozia ottenne, sulla spinta di un nuovo entusiasmo patriottico, una maggiore autonomia e un proprio parlamento, probabilmente anche grazie al contributo di un film che aveva come obiettivo solo di vincere al box office e invece a sua insaputa è diventato un testamento laico-spirituale.

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