Nope | Recensione

La magia del cinema, quando c’è, è qualcosa di intangibile, ti entra dentro e basta. La magia è cinema di emozioni, ma anche di stupore per qualcosa di mai visto, originale, che aiuta a staccare la spina dai problemi quotidiani per immergerci in un’altra realtà, non necessariamente migliore, ma più suggestiva sì. Oggi viviamo in un’epoca dominata dai cinecomic, remake e sequel, ciò comporta un appiattimento dell’industria cinematografica verso il basso a causa di una forsennata rincorsa al box office dei fantastiliardi, ragione per cui ormai si preferisce investire sull’usato garantito, perché i numeri quelli sono e tanto basta a chi produce per fare 2+2, e via con l’ennesimo Spider-Man.
Qualche volta però accade miracolosamente di imbattersi in quella magia lì, perché c’è chi ancora non ha smesso di sognare e non si è arreso al piattume dei film pigiamini. È il caso di Nope di Jordan Peele.


Non è facile occuparsi di Nope dal momento che non rientra al 100% in nessuna delle classiche categorie del cinema. Jordan Peele ha già dimostrato di essere un cineasta piuttosto al di fuori degli schemi, prima con Get Out, poi con US, e Nope non fa eccezione. Un horror? Forse. Però diciamo che Stranger Things lo è di più, ed è già un tutto dire.
Allora cos’è Nope? C’è un disco volante, un Ufo (oggi chiamati Uap, come qualcuno ci suggerisce nel film) nascosto sopra i cieli del ranch dei fratelli Haywood, quindi siamo dalle parti della fantascienza old school, oppure di X-Files se vi piace di più. L’Ufo rapisce animali e persone, e allora Nope cambia tono e prende una piega thriller-horror. Ma c’è anche l’aspetto introspettivo dei vari protagonisti, e poi appare una scimmia assassina. Il film va da tutte le parti, e dissemina un po’ ovunque indizi che Jordan Pelee abbia inserito messaggi criptati. Infine arriviamo dalle parti de Lo Squalo (ebbene sì).


Ora capite perché non è facile districarsi dentro Nope. Anche in questo caso Jordan Peele usa con intelligenza il canale mainstream per veicolare le sue varie sfaccettature di autore-regista, stavolta intento a destrutturare il cinema di Steven Spielberg, ma allo stesso tempo di omaggiarlo con una sana dose di suggestioni, buoni sentimenti e forza delle immagini. Ma c’è spazio anche per il cinema di Shyamalan, anzi a dirla tutta Shyamalan si respira nell’aria; nella messa in scena complessiva. Ci stanno anche riferimenti che passano da Spike Lee a Tarantino. Ma il punto è che qui Peele riesce a gestire tanto materiale, tanti input, con una maestria che pochi cineasti oggi possiedono. Capite adesso che stiamo parlando di qualcosa di raro nel panorama mainstream.

Qualcuno dirà che questo genere di produzioni siano destinate a svanire nel nulla, o più plausibilmente a ridimensionarsi a causa degli scarsi risultati di box office rispetto a brand già commercialmente piazzati. Poco importa, noi continueremo a seguire il cinema dalla prospettiva di chi ancora è in cerca della magia e non come semplici fruitori dell’evento.
Guarda su, il cielo non è mai stato così bello e terrificante.

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