Civil War | Recensione

Dici Guerra Civile americana e pensi subito alle baionette, ai cannoni, e a George Washington con quel suo parrucchino gourmet. Le guerre civili non avvengono mai per caso, sebbene non di rado siano causate da un evento apparentemente insignificante, nei fatti però un conflitto a fuoco di tale portata rappresenta l’ultimo tassello di un effetto domino di un profondo disagio politico, sociale e nondimeno economico. D’altronde i contrasti tra governance e società civile sono inevitabili, come parte di un grande gioco insito della natura umana. Ragione per cui nel corso del tempo abbiamo sviluppato degli anticorpi che attutiscono tali dinamiche conflittuali, assorbite dai processi democratici e dal cosiddetto spoil system. Ma cosa accade quando nemmeno questo sistema di specchi e leve riesce a sanare fratture così abissali? Una guerra civile, appunto. Non sempre, va detto, ma può accadere, c’è scritto nei libri di storia se non ci credete.

Civil War svela poco e nulla sulle ragioni per cui, in un ipotetico futuro, gli Stati Uniti si inabissano in un conflitto fratricida, più precisamente tra California e Texas contro il resto della federazione (!). Ciononostante non è difficile intuire le ragioni del casus belli; gli indizi sono pochi, ma chiari e semplici.

Intelligentemente Alex Garland, regista e gradito ritorno, ci mostra la guerra civile sul grande schermo non come un mero blockbuster, ma sul piano più autoriale del mestiere del fotoreporter. Scelta alquanto interessante, soprattutto se il budget non è poi così consistente da sostenere le spese di un war movie tripla A. Tuttavia rimane un punto di vista funzionale alla causa, dato che a volte comprendere la psicologia di chi è armato di un fucile può essere più interessante rispetto a una serata divano+pop corn.

Civil War è un film che fa dell’impegno politico la sua essenza, rappresenta proprio uno di quei casi in cui è difficile separare il messaggio politico e sociale dall’intrattenimento, ciononostante non è quel mattone indigeribile da Corazzata Potëmkin di fantozziana memoria, e questo perché Civil War è un film misurato e asciutto, tira dritto al punto, senza metaforoni, quasi come se fossimo davanti a un reportage di guerra dal fronte. Oltretutto avvantaggiato da una durata non eccessiva del minutaggio.

E sapete che c’è? Alla fine funziona, forse perché non è poi così troppo distante dalla realtà, malgrado una certa estremizzazione che non tiene in considerazione gli anticorpi di una democrazia fatta e finita. Ma c’è sempre un però.

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