Tides | Recensione

L’antropocene nella sua accezione più negativa, ovvero il disastro definitivo dell’intero nostro habitat nativo, sconvolto dal riscaldamento globale e dall’innalzamento degli oceani, infine anche dalle radiazioni. È chiaro come negli ultimi anni la difesa dell’ambiente abbia cambiato l’agenda politica internazionale e di riflesso anche una certa sensibilità sul tema da parte di Hollywood, che da alcuni anni si approccia al tema nei modi più disparati e un tanto al kilo quasi per la vergogna di non aver preceduto Sfida tra i Ghiacci (!).

Adesso è il turno di Tides, sci-fi presentato in anteprima alla berlinale del 2021, diretto da un giovane svizzero di nome Tim Fehlbaum e prodotto dal nostro Roland Emmerich, sempre in prima linea quando c’è di mezzo un disastro di qualsiasi tipo, che sia casalingo o godzilliano.

Tides è uno sci-fi old school bello e buono con una computer grafica non invasiva e tanto artigianato, ma posseduto dallo spirito dei nostri tempi sulla base degli argomenti presenti sottotraccia. Ambientato in un lontano futuro (o vicino, dipende dai punti di vista) in cui l’uomo ha lasciato con un biglietto di sola andata una Terra martoriata da quelle catastrofi causate dall’eccessivo sfruttamento delle risorse naturali, per dirigersi verso Kepler 208, un pianeta molto meno ospitale della Terra, ma con qualche possibilità di sopravvivenza in più. Purtroppo c’è un problema non di poco conto: Kepler inibisce il sistema riproduttivo umano. Ragione per cui tra gli espatriati rimane quell’ambizione di ritornare a popolare il proprio habitat originario affinché non si proceda alla definitiva estinzione dell’homo sapiens.

L’aspetto più fascinoso di Tides è la messa in scena complessiva, una scenografia minimale, ma al contempo funzionale a costituire quelle suggestioni di cui si nutre un prodotto marcatamente sci-fi. Minimale poiché a causa dello scioglimento dei ghiacci gli oceani hanno ricoperto l’intero globo, eccetto per alcuni lembi di terra che appaiono ogni qualvolta si abbassa la marea e il paesaggio si trasforma in un acquitrino semi-desertico, anch’esso poco ospitale, ma che tuttavia ha graziato la continuazione della specie da parte di chi non ha avuto il privilegio di un posto in prima classe diretto per Kepler.

Malgrado Tides non si possa classificare come un nuovo stendardo sci-fi gioca bene le sue carte tramite un’ottima messa in scena e oltretutto pone le basi per una riflessione sull’idea comune che abbiamo riguardo il significato di civilizzazione. Non possiede un sottotesto urlato, ma è lì presente, nonostante dietro il progetto ci sia uno come Emmerich abituato a dirigere sceneggiature senza il benché minimo spessore.

Tides non si prefigge grandi ambizioni fin dall’inizio e tanto più non mostra nulla di particolarmente innovativo sotto qualsiasi aspetto, ciononostante si fa voler bene lo stesso, poiché intrattiene senza pretese e allo stesso tempo si indirizza su argomenti di grande attualità, sia per ciò che concerne la causa ambientalista e sia sul valore effettivo del progresso in quanto deus ex machina del miglioramento della condizione umana, anche quando non è né richiesto né necessario.

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