The Hateful Eight | Recensione

Non potrò mai dimenticare la mia prima volta con Pulp Fiction: era un cinema completamente diverso da ciò che avevo visto fino a quel momento. Nulla a che vedere con gli action dalle sceneggiature “inutili quanto un buco del culo sul gomito”, cit. K.B. 

Ciò che mi colpì particolarmente in Pulp Fiction erano quei lunghi dialoghi in cui si diceva tutto e niente, storie folli di gente folle, violenza a braccetto con perle di saggezza. Col tempo abbiamo iniziato a dare a quel cinema l’etichetta del suo creatore.
Sono passati più di vent’anni, ma il cinema di Tarantino è rimasto all’incirca lo stesso, ovvero un luogo nel quale i dialoghi rimangono il principale pilastro delle sue opere. Sotto questo punto di vista considero Le Iene il suo manifesto più importante, un film in cui viene mostrato esplicitamente la visione del regista del Tennessee.

Per certi aspetti The Hateful Eight è una riproposizione de Le Iene in chiave western, difatti anche qui la maggior parte della pellicola è girata quasi tutta in un’unica location, come appunto avveniva nel film del 1992. In tal caso però il film è ambientato all’interno di una taverna del vecchio e selvaggio west. Proprio quel west che per Tarantino ha un posto speciale nella sua formazione cinematografica, dichiarando a più non posso il suo amore per il cinema western di Sergio Leone.
Come da premessa i dialoghi mantengono anche qui la loro importanza, naturalmente in modalità “motherfucker”, e mai per nulla banali. Ogni personaggio è ben congegnato, con la sua storia personale e la sua psicologia, entrambe messe a nudo quando si è costretti a convivere rinchiusi con degli sconosciuti, quasi come se fossimo dentro un romanzo di Agatha Christie. Ciascuno rappresenta una personalità forte inevitabilmente destinata a scontrarsi con i propri simili. Del resto nel cinema di Tarantino non c’è spazio per i deboli, ma è riservato soltanto ai figli di donne dai facili costumi.

Tipico esempio di figlio di una donna dai facili costumi

La durata del film si aggira attorno alle tre ore, ma a differenza delle sue precedenti opere qui si non percepisce quella sensazione stucchevole di andare avanti per inerzia a causa di scene di troppo, probabilmente anche grazie all’interpretazione high-level di Samuel L. Jackson e Kurt Russell, che come al solito riescono a trasformarsi in un catalizzatore di attenzione nel giro di pochi secondi. Ma anche gli altri non se la cavano male.
The Hateful Eight è chiaramente realizzato da una persona che ama il cinema, una passione espressa da Tarantino in tutte le salse nel giro di questi trent’anni. E chi ama il cinema può fare di tutto, anche prendere otto stronzi e fargli dire quello che gli pare, tanto ne verrà comunque un buon film. Ma la passione per il cinema da sola non basta per rendere un film indimenticabile: ci vuole anche il talento unito ad estro e genio, cose che a Tarantino non mancano di certo.

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