Stargate | Recensione

Dal vocabolario Treccani: Blockbuster è il termine utilizzato per definire opere cinematografiche di grande successo per incassi e apprezzate da larghe fasce di pubblico. Non sono molti coloro che possiedono un’idea precisa di cosa sia realmente un blockbuster, ma è indubbio che uno come Roland Emmerich conosca il manuale a memoria e in parte lo abbia anche riscritto, dato che negli anni ’90 ha lanciato il kolossal su un altro livello, senza misure e più esagerato rispetto al passato. Alcuni definiscono le sue opere semplici americanate, Independence Day docet, ma ad esser onesti non tutta la sua filmografia è afflitta da una certa pacchianeria di comodo, non nel caso di Stargate, che al netto della sua natura mainstream resta distante da certe prese di posizioni cafonal a stelle e strisce.

Stargate è un’avventura sci-fi marcatamente anni ’90, lo è nella scrittura for dummies, lo è nella cifra stilistica, ed è già bello così, con quella sua amalgama tra sci-fi e mitologia dell’antico Egitto, un’idea folle e risonante che posiziona Stargate come un blockbuster ancora attuale per gli standard odierni. Naturalmente gran parte del merito va a Emmerich per il talento dimostrato, in primo luogo perché il cineasta tedesco sa come architettare una spasmodica attesa del main event, da sempre l’aspetto più riuscito dei suoi film, ma soprattutto perché Stargate possiede una messa in scena che propaga suggestioni da ogni parte, un compito non facile con il rischio baracconata dietro l’angolo. Ciò non vuol dire che Stargate sia esente da una certa ingenuità di fondo, ma quantomeno rimane circoscritta e sopportabile, nella consapevolezza che i suoi punti di forza siano altrove, forte di quelle scenografie da videoclip a là Michael Jackson.

Non meno rilevante il fatto che Stargate sia costato meno di quanto in realtà possa sembrare, ovvero 55 milioni di dollari a fronte di un incasso al box office di 200 milioni di dollari. Un successo sul piano produttivo e commerciale che ha spianato la strada a Emmerich verso nuovi orizzonti, nel bene e nel male. Ma a noi piace così, con quel suo gusto per i disaster movie caciaroni, nell’attesa del prossimo.