Joker | Recensione

Sono dell’idea che alcuni personaggi di fantasia entrati nell’immaginario collettivo per determinati motivi vadano lasciati così per come li conosciamo, senza dar loro un background che mostri il loro passato, ciò perché l’alone di mistero che li circonda rappresenta il pilastro su cui si basa la loro attrazione magnetica. E’ uno dei motivi per cui odio i prequel, del quale spesso non se ne sente la necessità, se non per motivi commerciali, e gli esempi si sprecano.

Se proprio a qualcuno vien voglia di cimentarsi in questo genere di biopic allora è meglio che ci rifletta bene e provi a fare qualcos’altro di nuovo, di più sperimentale, proprio come è appena accaduto con la nuova rappresentazione del Joker di Todd Phillips. A differenza del resto dei cinecomics questo nuovo Joker si delinea in tutti i suoi tratti come il tipico film d’autore: Lo è nei tempi dilatati, nel suo essere un film intrinsecamente introspettivo, nel suo modo di approcciarsi al pubblico in termini di raffinatezza intellettuale. Ciò che fa la differenza con l’autoriato di qualità è la sua natura mainstream dovuta alla figura di Joker, uno dei personaggi più bizzarri e carismatici provenienti dal cartaceo e successivamente portato alla ribalta sul grande schermo grazie ad attori del calibro come Jack Nicholson ed Heath Ledger.

Stavolta è il turno di Joaquin Phoenix, indubbiamente uno dei migliori attori sulla piazza, a lui tocca l’arduo compito di raggiungere le vette del Joker di Nolan (tranquilli non ho dimenticato Jared Leto, ma lasciamo perdere, seppur non era lammerda dipinto da molti). Al contrario del Joker di Leto, il personaggio scritturato da Todd Phillips è tarato sulle qualità e le caratteristiche enigmatiche e a tratti inquietanti di un attore come Phoenix, vero deus ex-machina di tutto il film per mostrare finalmente un Joker mai visto dal lato più umano e debole della sua esistenza.

Per spiegare questo Joker è necessario paragonarlo con quello interpretato da Heath Ledger. Quest’ultimo era un villain con un suo posto nel mondo, con degli obiettivi all’interno del quadro della sua follia, e se vogliamo anche con degli aspetti pragmatici. Invece il Joker di Phoenix si chiama Arthur, o perlomeno questo è il nome attribuitogli dalla madre. Possiede un lavoro, guadagna pochi spiccioli, subisce continue umiliazioni, viene bullizzato, ed è alla continua ricerca di commiserazione da parte di qualcuno che perlomeno tenti di ascoltarlo.

Il Joker di Phoenix è ancora un brutto anatroccolo alla disperata ricerca di un significato alla sua esistenza. Sarà un suo gesto a cambiargli la prospettiva di vita. Nella sostanza la differenza tra il Joker di Ledger e di Phoenix è soprattutto nell’arco temporale nel quale si sviluppa il personaggio, ergo non c’è nessuna differenza, in quest’ultima interpretazione abbiamo solo un’involuzione di un personaggio che non ha ancora maturato la sua personalità intrinsecamente folle e senza filtri.

Il Focus della trama sta proprio questo in passaggio da Arthur a Joker, ma lo fa con i suoi tempi, prendendosi tutto il minutaggio di cui ha bisogno, e chiedendo il massimo da Joaquin Phoenix, forse troppo, giacché il film è tutto basato sulla sua interpretazione, lasciando poco spazio a tutto il resto. Forse questo è il maggior difetto del film, oltre che ad essere esageratamente introspettivo come una macchietta di film d’autore. Fortuna che Phoenix è un grandissimo attore che riesce a mettere una pezza lì dove le criticità (e la noia) sono più evidenti.

La regia di Todd Phillips è un pelo sopra la media, però alcune scene sono state realizzate come le avrebbe realizzate un’artista rinascimentale. Eh sì, stiamo parlando di perfezione. Come non citare la scena dentro la metro? Una delle più belle scene che abbia mai visto al cinema, forse addirittura della storia del cinema, chi lo sa, ai posteri l’ardua sentenza. Ma ce ne sono anche altre che non verranno facilmente dimenticate.

I nostalgici di Jack Nicholson avranno qualche difficoltà a riconoscere il Joker di Joaquin Phoenix come il migliore mai visto sul grande schermo. Eppure siamo di fronte ad una interpretazione che farà la storia del cinema, poiché è riuscita allo stesso tempo ad unire un genere prettamente commerciale come lo sono i cinecomics al cosiddetto genere d’autore, spingendosi molto oltre di quanto fece il Logan di James Mangold.

Ci sarebbe molto altro da dire dal momento che questo Joker si presta a moltissime interpretazioni che spaziano tra la politica e l’antropologia urbana, ma a noi non la si fa e preferiamo parlare solo di ciò che abbiamo visto con i nostri occhi. Semmai c’è da chiedersi perché questo film ricordi molto Taxi Driver, è l’elefante nella stanza.

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