Johnny Mnemonic | Recensione

Nel 2021 l’umanità è in preda a una temibile pandemia, le corporation detengono un potere spropositato rispetto alle attempate singole nazioni, e le informazioni valgono più dell’oro. Una realtà che abbiamo imparato a conoscere malgrado le dinamiche socio-economiche restano ancora di difficile comprensione. Col senno di poi sembra strano come Johnny Mnemonic sia stato a dir poco profetico data la mole di preveggenza su molti aspetti che oggi appartengono alla nostra quotidianità. Un futuro distopico immaginato negli anni ’70 da William Gibson, uno dei pionieri del genere cyberpunk e fonte letteraria di riferimento di questa trasposizione cinematografica.

Ciononostante non si può dire che a suo tempo Johnny Mnemonic sia stato pienamente compreso, stroncato dalla critica e al box office. Ma come tutte quelle narrazioni che alla fine della giostra indicano un orizzonte futuro ha indubbiamente la facoltà di appellarsi a un secondo giudizio, per la gioia del regista Robert Longo, ritiratosi dalla carriera proprio a causa di questo progetto fallimentare. Le ragioni di una sua riabilitazione sono molteplici, sia per l’aspetto profetico prima accennato, e poi perché possiamo affermare con un’oggettività pari al 99,99% che l’immaginario cyberpunk è una delle invenzioni più belle mai realizzate, mentre Johnny Mnemonic rimane un felice esperimento di rappresentazione del genere sul grande schermo sul piano della messa in scena. Non a caso possiamo considerare un prodotto d’intrattenimento tripla A come Cyberpunk 2077 un surrogato di JM, difatti le analogie tra i due sono piuttosto palesi, a partire dalla presenza di Keanu Reeves in entrambi i casi, ma ovviamente i punti in comune sono molti di più e decisamente di altra valenza.

Dio, patria e internet

Se in parte Johnny Mnemonic merita un giudizio più morbido rispetto al passato tuttavia rimane circoscritto alla sufficienza a causa dei suoi limiti derivanti da una narrazione piuttosto lineare. Si passa dal punto A al punto B senza intoppi e nessun approfondimento sul rapporto uomo/tecnologia, nonostante abbia infinite possibilità dietro l’angolo. Oltretutto pecca di una regia non adatta a coprire la carenza di contenuto. Molte buone idee, ma lasciate lì giusto per finire il lavoro in modo dozzinale insieme ad altre scelte infelici. Inoltre è impossibile non chiudere un occhio riguardo una computer grafica pietosa, in particolare nei momenti in cui si procede con la solita versione cringe della realtà virtuale già vista altre volte.

Per ultimo e non meno importante una menzione speciale per Dolph Lundgren nel ruolo di uno psyco-cyber-predicatore. Un personaggio sopra le righe, al di là del bene e del male, a cui gli va dato un posto speciale nel b-movie universe.

Predicatore? Quel gran bastardo ha preso Dio e Tecnologia nel verso sbagliato.