Gravity | Recensione

Negli ultimi anni la cosiddetta scuola messicana composta dal trio Del Toro, Cuarón e Innaritu ha sfornato una molteplicità di titoli film piuttosto interessanti per qualsiasi cinefilo che dir si voglia. Stiamo parlando di produzioni che tecnicamente parlando made in Hollywood, che si differenziano dai propri simili per alcuni aspetti sia dal punto di vista tecnico e sia narrativo, come ad esempio Gravity di Alfonso Cuarón

Gravity rientra nel genere di fantascienza, e come detto poc’anzi è una tipica produzione hollywoodiana, basti pensare che buona parte del titolo, quasi l’80%, è stato realizzato in computer grafica. Ma il titolo di Cuarón non è un classico blockbuster come potrebbe apparire ad un primo occhio, ma è più orientato a rientrare nella categoria dei film d’autore con un concentrato di metafisica sul significato dell’essere. E tutto ciò all’interno di una trama che superficialmente appare piuttosto banale e telecomandata, un lavoro non facile a pensarci bene. 

Gravity inizia con un lungo piano sequenza che di fatto è la scena madre dell’intera pellicola, con delle spettacolari immagini che ci mostrano l’unica vera location presente fino alla fine, cioè lo spazio. Come a ricordarci quanto sia piccolo l’uomo di fronte l’universo infinito, accompagnato da un silenzio tanto assordante quanto luogo dello spirito per definizione.

Dal punto di vista meramente cinematografico la messa in scena è un capolavoro della maniacalità estetica di Cuarón, invero il cineasta messicano riesce nell’impresa di immergerci dentro un’esperienza che trascende il cinema per portarci lì dove pochi arrivano tramite un perfetto utilizzo di tutti gli elementi a disposizione di un regista, che in tal caso è davvero tanto superlativa quanto suggestiva.
Nonostante alcuni gravi errori dal punto di vista strettamente scientifico per un film che prova a fare del realismo la sua bandiera, il film del regista messicano rimane un punto fermo delle pellicole di fantascienza più belle ed emozionanti degli ultimi anni, grazie anche ad una storia semplice ma intrigante fino all’ultimo minuto. 

Gravity è un film pieno di momenti densi di significato dal sapore un po’ reazionario con una critica nei confronti della tecnologia al quale ormai siamo legati come se fosse un’appendice del nostro corpo. Allo scopo di rimettere al centro dell’attenzione la figura idealizzata dell’uomo in quanto essere pensante. 
Ma oltre a qualsiasi significato vogliate dare a questa pellicola, e indiscutibile che Cuarón ci riporta a un’idea di cinema che trae forza dalla riscoperta delle sue origini, fatto di sogni che diventano immagini reali, o perlomeno fino a quando non usciamo da quel luogo magico chiamato appunto cinema. 

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Un commento su “Gravity | Recensione

  1. Mi trovo d'accordo con ogni singola parola, è riuscito a tenermi in tensione per tutto il tempo, l'ansia che trasmette nelle scene di pericolo è davvero intensa, il tutto in una pregevole veste cinematografica(fotografia,regia, ecc ecc).

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