Dune (1984) | Recensione

Dune recensione

Dune è la trasposizione cinematografica del romanzo omonimo di Frank Herbert, una delle più importanti opere letterarie di fantascienza del secolo scorso. Un racconto di dimensioni gargatuesche, poiché Herbert ha descritto un intero universo con le sue regole, la sua geografia e i suoi miti, analogamente all’universo fantasy di Tolkien. Pubblicato la prima volta nel 1965, nel tempo Dune ha venduto milioni di copie in tutto il mondo con una schiera di migliaia di fedelissimi in ogni angolo del pianeta. Ciononostante per anni  a Hollywood nessuno aveva mai preso in considerazione l’idea di realizzarne una trasposizione sul grande schermo, dato che sarebbe stato un progetto troppo dispendioso in termini economici, ma anche di difficile realizzazione tecnica con i mezzi a disposizione dell’epoca. Un tabù interrotto dalla famiglia De Laurentiis, decisa a tentare il colpaccio del secolo dopo il successo commerciale di Star Wars.

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Sul piano tecnico la realizzazione di Dune ha rappresentato una vera e propria sfida, in primo luogo perché è stato pensato per racchiudere un intero universo letterario in unico film, e non diviso in più capitoli come forse sarebbe stato meglio per un riadattamento del genere. Non a caso i problemi di David Lynch iniziano proprio da qui: troppa carne al fuoco buttata lì tanto per avere qualche riferimento in più con la sua controparte cartacea, oltretutto senza un buon montaggio chiaro e conciso, con il risultato di una trama di difficile comprensione per chi non abbia mai letto l’opera letteraria da cui proviene.

Buchi di sceneggiatura che hanno portato inevitabilmente a delle feroci critiche riguardo l’intero progetto, oltre al fatto che la gente chiedeva lo spirito scanzonato di un’epica come quella creata di George Lucas qualche anno prima. Ma d’altronde è anche vero che Dune non avrebbe potuto alleggerire i toni o essere pensato diversamente, giacché l’opera di Herbert possiede dei connotati unici nel panorama sci-fi, nel quale in un contesto di medioevalismo intergalattico si abbracciano elementi fanta-esoterici e messianismo islamico nella figura del Muad’Dib (il leader messianico atteso dai Fredom di Arrakis). Tutto ciò viene raffigurato con una messa in scena tetra e distopica. Aspetti autoriali non del tutto compresi e apprezzati del pubblico mainstream di allora. 

Nonostante alcuni palesi mediocri effetti speciali, Dune si caratterizza per un’estetica fuori dal comune, con location e costumi dallo stile barocco-futuristico ed elementi steam-punk, ed è forse l’unico aspetto in cui David Lynch abbia messo tutto il suo estro al servizio di un’opera che non ha mai amato, ma che a tratti rimane suggestiva grazie al cineasta più bizzarro delle ultime decadi. Nondimeno importante il contributo di Carlo Rambaldi con i suoi vermoni del deserto, che rappresentano iconograficamente sia il pianeta di Arrakis e sia l’intera opera di F. Herbert.

Malgrado le critiche non proprio lusinghiere e una fredda accoglienza di pubblico, Dune fu accolto diversamente in Europa, ma è in particolare grazie al mercato dell’home video che ha trovato la sua fortuna di rivalutazione come classico sci-fi, tanto che oggi è meritatamente considerato un cult. Chissà, forse perché in fondo sentiamo il bisogno di una jihad spaziale.