Dune | Recensione

Dune recensione

Dune è la trasposizione cinematografica del romanzo omonimo di Frank Herbert, una delle più importanti opere letterarie di fantascienza del secolo scorso. Un racconto di dimensioni gargatuesche, poiché Herbert descrisse un intero universo con le sue regole, la sua geografia e i suoi miti, analogamente all’universo fantasy di Tolkien. Pubblicato la prima volta nel 1965, nel tempo Dune ha venduto milioni di copie in tutto il mondo con una schiera di migliaia di fedelissimi in ogni angolo del pianeta. Ciononostante a Hollywood per molti anni nessuno prese in considerazione l’idea di realizzarne una trasposizione sul grande schermo, dato che sarebbe stato un progetto troppo dispendioso in termini economici, ma anche di difficile realizzazione tecnica con i mezzi a disposizione dell’epoca. Un tabù interrotto solo grazie alla decisione della famiglia De Laurentiis di mettere mani al portafoglio per portare finalmente la più importante opera di F. Herbert sul grande schermo, magari approfittando del successo di Star Wars per ottenere facili incassi.

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Pertanto sul piano tecnico la realizzazione di Dune rappresentò una vera e propria sfida, ma non solo per tale motivo, dato che è stato pensato per racchiudere un intero universo letterario in unico film e non diviso in più parti come sarebbe stato logico immaginare. Difatti non è un caso se i problemi dell’opera diretta da David Lynch iniziano proprio da qui, poiché nel riadattamento vi è stata aggiunta troppa carne al fuoco buttata lì tanto per avere qualche riferimento in più con la sua controparte cartacea, che tra l’altro non corrisponde nemmeno a un buon montaggio chiaro e conciso, con il risultato di una trama di difficile comprensione per chi non abbia letto l’opera letteraria da cui proviene.

Buchi di sceneggiatura che portarono inevitabilmente a delle feroci critiche nei suoi confronti, oltre il fatto che per altre disparate ragioni non ebbe il successo di botteghino sperato, magari perché lontano dalle atmosfere più scanzonate di un’epica come quella di George Lucas. Ma d’altronde è anche vero che Dune non avrebbe potuto alleggerire i toni o essere pensato diversamente, giacché l’opera di Herbert possiede dei connotati unici nel panorama sci-fi, nel quale in un contesto di medioevalismo intergalattico si abbracciano elementi fanta-esoterici e messianismo islamico nella figura del Muad’Dib (il leader messianico atteso dai Fredom di Arrakis). Tutto ciò viene raffigurato con una messa in scena tetra e distopica. Aspetti autoriali non del tutto compresi e apprezzati del pubblico mainstream di allora. 

Nonostante alcuni palesi mediocri effetti speciali, Dune si caratterizza per un’estetica fuori dal comune, con location e costumi dallo stile barocco-futuristico ed elementi steam-punk, ed è forse l’unico aspetto in cui David Lynch abbia messo tutto il suo estro al servizio di un’opera che non ha mai amato, ma che a tratti rimane suggestiva grazie al cineasta più bizzarro delle ultime decadi. Non di meno è stato il contributo di Carlo Rambaldi nella realizzazione dei grandi vermoni del deserto, che rappresentano iconograficamente sia il pianeta di Arrakis e sia l’intera opera di F. Herbert.

Malgrado le critiche non proprio lusinghiere e una fredda accoglienza di pubblico, Dune ottenne un discreto successo in Europa, ma è nel mercato dell’home video che in pariticolare trovò la sua fortuna, permettondogli di divenire meritatamente ai posteri un’opera di culto. Chissà, forse perché in fondo sentiamo il bisogno di sperare di vedere un giorno una jihad spaziale.