Daylight | Recensione

Il gioco consiste in una serie di prove fisiche che i partecipanti devono affrontare per guadagnare punti, rispetto e ammirazione. Sono regole del gioco che valgono sia per un cult come Takeshi’s Castle e sia per il plot di Daylight, il primo e unico disaster movie della carriera di Sylvester Stallone, anche qui nei panni dell’action hero steroidale pronto a salvare lagggente. Un plot basato su un’idea semplice: un tunnel sottomarino che collega Manhattan e il New Jersey crolla da entrambi gli ingressi a causa di un grave incidente stradale. L’acqua minaccia di annegare i sopravvissuti, punto.

I disaster movie sono una specialità americana insieme agli hot dog e Lionel Richie, conoscono il genere meglio di chiunque altro, d’altronde sono produzioni che richiedono ingenti somme finanziarie che solo Hollywood è capace di sborsare, sebbene negli ultimi anni abbiamo visto simili produzioni di provenienza russa e cinese, perlopiù baracconate.

Daylight rappresenta il più classico dei disaster movie ’90s con la variante Sly in versione cosplay di Cliffhanger, ma i canoni narrativi restano sempre quelli lì, nel quadro della bidimensionalità che cerca di darsi un tono con della psicologia spicciola. Teoricamente ci sono i presupposti per una tranquilla serata a birra e rutti, perlomeno da questo parti, ma come tutti i disaster movie anche Daylight purtroppo è colpito dalla piaga del melodramma. Drammi di qua, drammi di là, e il fomento scende a picco.

Oltretutto Daylight non possiede una particolarità autoctona a cui aggrapparsi per salvarlo dall’anonimato ed elevarlo a qualcosa di più di un medio blockbuster da home video, e a dir la verità andrebbe evitato con una certa ostinazione se non fosse per la presenza di Stallone che in qualche modo tiene la baracca in piedi nelle vesti di sé stesso: faccia sgommata; acrobazie ridicole e al limite dell’impossibile; tamarrismo esplicito. Lo Sly-movie è un tipo di arte reaganiana oggi impossibile da replicare, ciononostante continua ad esaltare il primate che c’è in noi. Tuttavia il resto del film funziona come sonnifero per scimpanzé a causa dei lunghissimi tempi morti riempiti da introspezioni non richieste e alquanto inutili per le circostanze.

Daylight è quel film che può essere visto solo se colpiti da febbre alta e vi è l’incapacità di raggiungere il telecomando per cambiare canale. Giocoforza si candida come uno dei disaster movie tra i più insulsi di sempre, con un cast di attori altrettanto scialbo (Viggo Mortensen, mi spiace) scelti intenzionalmente al fine di compiacere l’ego di Stallone come unico protagonista assoluto di un film che avrebbe potuto dare di più in termini di intrattenimento se avesse avuto il coraggio di ammettere la propria ignoranza con una bella giocata all-in turbo-action. Alla fine restano solo le briciole di un blockbuster che ad esser sinceri non aveva nulla da dire già in partenza.